Sesto senso

All’improvviso Clara si vide dall’alto, come nell’inquadratura di un film. La macchina da presa saliva e lei diventava sempre più piccola, con la cornetta ancora appoggiata all’orecchio ed il respiro spezzato in gola. Dall’altra parte c’era lui con le sue parole, che erano rimaste sospese nell’aria come dense nuvole di fumo, formando una coltre pesante e scura. Trent’anni gettati via in pochi attimi, trent’anni passati tra alti e bassi, ma pur sempre insieme. Una vita di progetti sbriciolata in pochi istanti e, in tutto questo, nemmeno il coraggio di guardarla in faccia.

Luglio era attanagliato da un caldo appiccicoso e pressante che non lasciava tregua nemmeno la notte. Le giornate scorrevano lente in attesa del tramonto, sperando che il buio portasse con sé un po’ di refrigerio. I ragazzi passavano molto tempo fuori casa in piena euforia estiva, gli esami erano finiti e si godevano il giusto riposo. Alberto si alzava ogni mattina molto presto, come lei d’altronde, ed insieme facevano colazione. Era sempre stato il loro rito: ritagliarsi qualche minuto prima che tutto avesse inizio. Prima dei pianti dei bambini, dei pannolini da cambiare, delle corse verso la scuola o l’ufficio. Si prendevano un po’ spazio per svegliarsi con calma, raccontarsi i sogni, bere il caffè a piccoli sorsi guardandosi negli occhi. Col tempo quel rito era diventato un’abitudine consolidata che però, con il passare degli anni, aveva mutato d’intensità fino a diventare solo uno scambio di ‘buongiorno’. Clara all’inizio di quel cambiamento si era preoccupata, poi aveva deciso di attribuirlo alla frenesia della quotidianità, o forse le aveva fatto comodo crederlo.

Quella mattina era uscita molto presto di casa, lasciandola immersa nel silenzio più totale. Fabio e Andrea dormivano, probabilmente li avrebbe visti affacciarsi alla cucina poco prima dell’ora di pranzo, e Alberto era partito alcuni giorni prima per un viaggio di lavoro. Godendo del sollievo momentaneo che regalava l’aria fresca della notte, era andata al mercato ortofrutticolo e dal fornaio, tornando a casa che non erano ancora le otto. Nonostante il caldo si era messa a preparare la marmellata di pesche, la preferita da Alberto. Ne era goloso, ne consumava ogni mattina intere cucchiaiate. Le era piaciuta l’idea che al suo rientro ne avrebbe trovata in quantità, così come aveva in programma di preparare il suo piatto preferito per cena, quella sera. Una strana inquietudine però le albergava dentro da quando si erano salutati, lunedì mattina. Un sensazione spiacevole, come di fastidio e di sconforto, anche se non sapeva identificarla bene. Che fosse un campanello d’allarme del senso senso femminile? Decise di non pensarci, mettendosi a lavare la frutta.

Guardando fuori dalla finestra, mentre l’acqua fresca scorreva sotto le sue mani, vide la vecchia altalena appesa ad un ramo dell’imponente quercia. Un albero bellissimo e maestoso alla cui ombra si erano consumate innumerevoli estati. Clara non sapeva da quanto fosse lì, quando lei e Alberto avevano comprato la casa la quercia c’era già. Era stata testimone di giochi, pianti, bagni in piscina, temporali, pic-nic, feste. Più di vent’anni a guardare la vita scorrere, anche quella volta che, giovani, innamorati e un po’ folli, avevano fatto l’amore ai suoi piedi. Sposi da poco, il fuoco della passione ancora dentro, il brivido del proibito. Avevano scelto una notte senza luna, sfidandosi per gioco, ma quel gioco era diventato sangue ed il sangue trasporto. Si domandarono cento volte se qualche vicino li avesse visti e, mossi più dalla paura che frenati dall’imprudenza, non osarono più farlo. Sorridendo tra sé a quel ricordo Clara si sedette al tavolo e cominciò a tagliare le pesche. Il succo dolce e un po’ appiccicoso le colava fino ai gomiti, erano così mature che non sarebbe servito nemmeno il coltello per separarle dal nocciolo. Ne mise un pezzo in bocca, gustandolo. Era squisito, sapeva di luglio. Sapeva di tramonti alle nove di sera, di insalate di frutta, di cocktail consumati in spiaggia. Finì e andò ai fuochi. Versò un po’ di zucchero sulle pesche e accese, attese che il tutto cominciasse a bollire piano e poi salì al piano di sopra.

Per le scale fece piano, attenta a non svegliare i ragazzi, andò nella sua stanza e cominciò a rassettare. Stava già entrando aria calda dalla finestra, ma decise di non chiuderla subito. Tolse le lenzuola dal letto gettandole a terra, poi stese quelle pulite con gesti abili e conosciuti. Profumavano di lavanda. Canticchiava tra sé serenamente, felice perché la sera avrebbe rivisto suo marito. Ultimamente i viaggi di lavoro erano diventati più frequenti, con l’aumentare dell’anzianità lavorativa aveva ottenuto una promozione e doveva occuparsi anche dei contratti fuori dalla regione. Il suo lavoro le aveva permesso di restare a casa ad occuparsi della crescita dei ragazzi e anche di vivere abbastanza agiatamente, però i giorni in cui mancava da casa le pesavano sempre un po’. Certo, non è che non ci fosse abituata. In altre occasioni aveva dovuto assentarsi così spesso e così a lungo, per sostituire un collega o per altre esigenze aziendali, ma era sempre stato per brevi periodi. Solo in un’occasione, dodici o tredici anni prima, fu costretto a frequenti trasferte. Andò avanti per più di un anno, una settimana su due la passava lontano da casa. Poi finalmente la direzione assunse altro personale e Alberto poté tornare ad una vita più tranquilla, con la piena soddisfazione di Clara e dei bambini.

Tolse alcune camicie fresche di lavanderia dal cellophane e le mise nell’armadio, i completi di Alberto erano sistemati in bell’ordine. Era un uomo elegante e pieno di fascino, sempre impeccabile, mai trasandato. Non usciva di casa senza giacca e cravatta nemmeno in estate, e nel tempo libero amava comunque vestirsi bene. Pochette nel taschino, orologio di prestigio, ben rasato e fresco di dopobarba. Un uomo dallo stile d’altri tempi, cosa che contribuiva ad alimentare la sua attrattiva. Molte donne gli avevano fatto la corte, Clara da giovane ne era stata gelosissima. Anche se lei non aveva niente da invidiare alle più belle ragazze della città, con la sua silhouette esile e l’incarnato chiaro, vedere le altre che facevano le smorfiose con lui la faceva imbestialire. Ma alla fine Alberto, con un savoir-faire da divo di Hollywood, la tranquillizzava sempre dicendole che lui amava lei e lei soltanto. Così, da moglie di uno dei uomini più desiderati, alla fine si pavoneggiava camminando al suo braccio ogni volta che uscivano insieme.

Mettendo le camicie nell’armadio Clara notò che ne mancavano parecchie, almeno una decina, e anche tre completi. Probabilmente Alberto, dato il caldo infernale di quei giorni, aveva preferito essere prudente e portare più cambi. Mancavano anche alcune cravatte e due coppie di gemelli, ma Clara non gli dette molto peso. Sapeva che era un uomo impeccabile per cui non se ne meravigliò più di tanto. Chiuse la finestra e stava per uscire dalla stanza quando, passando davanti allo specchio, nella penombra, vide la sua figura riflessa. Nonostante i suoi cinquantatré anni aveva ancora un bel corpo. Abbastanza tonico, anche se con qualche chilo di troppo, e non troppa cellulite. Il seno era quello che aveva patito di più dalle due gravidanze, ma fortunatamente la pelle era rimasta elastica senza subire smagliature. Si domandò se Alberto amasse ancora quel corpo come quando erano giovani, come quella notte sotto la quercia. Non facevano più l’amore molto spesso, anzi negli ultimi mesi era capitato davvero di rado. Era successo più di una volta che lei prendesse l’iniziativa e lui la rifiutasse, dando la colpa alla stanchezza, però le volte in cui si trovavano era sempre bello. Ormai conoscevano molto bene i reciproci punti deboli e i pulsati da premere per accendere il piacere. Sapeva di amiche che, invece, non avevano più una vita intima con il marito e nemmeno gli mancava, lei invece ne sentiva ancora il desiderio ed era felice che con Alberto quell’aspetto fosse sempre vivo e soddisfacente.

Il resto della giornata passò alla svelta, tra l’allegra frenesia dei ragazzi e l’afa pesante. Clara aveva trascorso gran parte del pomeriggio a sistemare casa, verso le cinque poi aveva cominciato a preparare la cena. La ricetta in realtà non era difficile, ma aveva voluto fare con calma per non sbagliare qualcosa. Aveva anche fatto in tempo a preparare una buona macedonia fresca da abbinare con il gelato alla vaniglia, che non mancava mai nel freezer. Alberto avrebbe dovuto essere a casa per le sette o poco più. Apparecchiando la tavola, aggiungendo finalmente il quarto piatto, aveva prestato la massima attenzione. Acqua fresca già nella brocca, vino stappato per far prendere aria e tovaglioli di stoffa. Era tutto pronto.

Arrivarono le otto e Alberto non era ancora tornato. Alle otto e mezzo Fabio e Andrea si misero a tavola e cenarono, non aveva senso farli aspettare oltre, oltretutto era venerdì e avevano i loro impegni. Preoccupata Clara aveva già mandato un paio di messaggi al cellulare del marito, senza nessun esito, e se telefonava trovava il telefono non raggiungibile. Poco dopo le nove i ragazzi uscirono e lei rimase sola con la sua angoscia. Due ore di ritardo non erano molte, ma la mente di Clara non poteva fare a meno di immaginarsi scenari terribili. Le venne in mente di chiamare qualche collega di Alberto, ma non aveva i numeri dei cellulari e gli uffici della sede, ormai, erano chiusi. Allora pensò di provare con gli ospedali, ma non aveva idea della strada che avrebbe fatto per tornare a casa né a che ora fosse partito. Sapeva solo che era stato a Roma, stop. In un impeto di rabbia prese il telefono e provò ancora a chiamarlo, niente.

«Accidenti a te!» disse, riferendosi sia al telefono che ad Alberto. Perché non l’avvertiva mai quando si metteva in macchina? Adesso poi, con i cellulari, era quasi impossibile non rimanere in contatto. Ed ecco ancora quella sensazione di fastidio e sconforto, prima assopita e ora tornata in tutta la sua prepotenza.

Clara stava per provare ancora una volta, quando sentì squillare il telefono di casa. Svelta si precipitò a rispondere.

«Pronto?» l’ansia le fece alzare un po’ il tono della voce.

«Ciao, sono io.»

Clara sentì giungerle calda la voce di Alberto e tirò un sospiro di sollievo. Lo aveva immaginato accartocciato su un guardrail o sotto un tir, adesso almeno sapeva che era vivo.

«Alberto ma dove sei? Stai bene?» si affrettò a chiedergli.

«Sì, sto bene» rispose lui, asciutto.

«Ti aspettavamo più di due ore fa, cosa è successo? Ero preoccupata da morire. Non riuscivo a chiamarti, i messaggi non ti arrivavano, ho pensato di tutto.»

«Sì, scusami, avevo da fare.»

«Lasciamo stare dai» sospirò Clara, sollevata. «Piuttosto a che ora torni?»

«Non torno Clara.»

«Non ce la fai stasera? Ti hanno trattenuto a Roma?»

«Non sono a Roma, sono a Torino.»

«Ti hanno spostato?»

«No, sono sempre stato qui» la voce di Alberto era diventata più dura, distaccata.

«Non capisco, mi hai detto che andavi a Roma…»

«Clara ascoltami» la interruppe Alberto. «Non è che non torno a casa stasera, non torno a casa più.»

Quelle parole lasciarono Clara prima interdetta, poi impietrita. Non sarebbe tornato più. Non era a Roma, era a Torino e non sarebbe tornato più. Clara scosse il capo e si riprese da quello che aveva sentito.

«Che significa che non torni più?»

«Che ho conosciuto una persona, mi sono innamorato e voglio stare con lei.»

«Co…come? E quando è successo?»

«Sei mesi fa.»

Sei mesi fa, a Gennaio. Quando aveva ripreso a giocare a tennis, quando aveva cambiato la macchina, quando aveva cominciato a non toccarla più.

«Mi dispiace dirtelo così Clara, ma ho aspettato per avere la certezza di amarla davvero» continuò Alberto, sfruttando il silenzio della moglie.

«E quante altre volte hai dovuto prendere in considerazione i tuoi sentimenti per un’altra donna?» Clara serrò la presa intorno alla cornetta.

Ora tornava tutto, i suoi cali di attenzione, le trasferte per lunghi periodi… Probabilmente quella di dodici anni prima non l’amava poi troppo, visto che non era rimasto con lei.

«Adesso non fare così.»

«Così come, la moglie gelosa? La moglie possessiva? Non me lo hai mai permesso perché sapevi comprarmi con i tuoi modi. ‘Non ti preoccupare’ mi dicevi, ‘amo solo te, nel mio cuore ci sei solo tu’. Nel tuo cuore forse sì, ma nel tuo letto adesso ne dubito.»

«Ora esageri, a sentirti sembra che io abbia avuto schiere di amanti!» protestò Alberto.

«E non è così?»

«No, non è così.»

«E allora dimmi, quante ne hai avute?»

«Sei ridicola» sbuffò lui.

«Ah io sarei ridicola? Con quale coraggio… Scommetto che la donna che dici di amare ha sì e no la metà dei tuoi anni.» Alberto non rispose, il suo silenzio era un chiaro segno di assenso.

«Ha l’età dei tuoi figli, per l’amor di Dio!» Clara si passò una mano sulla fronte.

«Non tirare in mezzo i ragazzi» le intimò lui.

«Ah no? E cosa pensi che dovrei raccontagli? Non sono dei bambini Alberto, hanno il diritto di sapere.»

«Glielo dirò io.»

«E quando?»

«Non lo so, fra un po’ di tempo.»

«E domattina quando mi chiederanno dov’è papà cosa dovrei dirgli? Io non gli racconterò una bugia.»

«Non lo so… Vedrò di chiamarli in giornata, domani.»

«Già, per telefono… come hai fatto con me.»

«Volevi che venissi lì a dirtelo in faccia?»

«Avrei preferito, sì.»

«Magari per subirmi una delle tue scenate, come no.»

«Non dare a me la colpa delle tue azioni, Alberto. Non sei tornato a casa e non mi hai detto tutto guardandomi negli occhi solo perché sei un vigliacco» sentenziò Clara.

«Io non sono un vigliacco!»

«Oh sì invece, lo dimostra il fatto che io stia parlando con te attraverso una cornetta telefonica. Non hai avuto il coraggio di dirmelo di persona nascondendoti a cinquecento chilometri di distanza e dall’altra parte di un filo.»

Ci fu un momento di silenzio, nel quale Alberto non seppe ribattere e Clara riprese un po’ la calma. Si sentiva il cuore in gola, avvampata dal fuoco dell’ira. Sapeva bene che quell’emozione ben presto avrebbe lasciato il posto al dolore, ma per adesso provava solo una grande rabbia.

«Senti non voglio discuterne più» riprese Alberto, «ormai ho preso la mia decisione. Il nostro matrimonio era finito da tempo, quando ho incontrato Paola mi sentivo già libero dal nostro legame.»

Paola. Perché aveva voluto dirle come si chiamava? Il nome la rendeva più vera, più concreta, il nome la rendeva odiabile. Come del resto già odiava lui, nonostante l’amasse. Ma sentire dalla voce di suo marito che, per lui, il loro matrimonio era finito la ferì profondamente. Perché lei non si era accorta di nulla? Perché non aveva mai notato il suo cambiamento? Forse la risposta era che non aveva voluto vedere. Probabilmente, se Alberto fosse stato lì, lei avrebbe davvero fatto una scenata isterica, ma almeno avrebbe buttato fuori quel tornado di emozioni che le faceva formicolare la mani e torcere lo stomaco. Così invece non aveva nessun diritto di replica, così non poteva vomitare tutto il male che le era nato dentro.

«Da quanto tempo?» gli chiese, riemergendo dai suoi pensieri.

«Da sei mesi, te l’ho detto.»

«No, da quanto tempo è finito il nostro matrimonio?» precisò Clara.

«Perché vuoi parlare di questo ora?»

«Sei tu che hai cominciato questo gioco crudele Alberto, per cui adesso continuiamo. Da quanto tempo ritieni finito il nostro matrimonio?»

«Questo non è un gioco Clara.»

«Strano, io mi sento tanto una pedina.»

«Perché dici così?»

«Perché tu non mi hai mai detto niente. Forse io sono stata un’ingenua, cieca davanti alla verità, però tu non me ne hai mai parlato. Non sei venuto da me a dirmi come ti sentivi o cosa provavi, a dirmi che per te non avevamo più futuro, che era finita. Mi stai confessando tutto al telefono, ora, solo dopo che hai trovato una donna con cui andartene via, con cui ricostruire la tua felicità. E io Alberto? Io, in tutto questo, che ruolo ho avuto? Per quanto tempo ho vissuto nella menzogna?»

Alberto stette ancora in silenzio, incapace di rispondere. Che fosse per vigliaccheria o per riguardo a Clara, tacque.

«Quanti anni? Uno? Due? Cinque? Dieci? Da quanti anni tolleri la mia presenza in casa invece di amarmi? Da quanti anni fai l’amore con me senza il minimo coinvolgimento?»

«Clara non mi sembra il caso di…»

«Da quanti anni Alberto!»

«Dalle vacanze in Andalusia» rispose Alberto di getto.

«Quattro anni» concluse Clara, facendo un rapido calcolo. «Quattro anni e non mi sono mai accorta di niente. Mi sento così stupida» disse fra i denti, abbassando il campo.

«Ti giuro che ci ho pensato tanto, che ho provato in mille modi.»

«Sì ma da solo, sempre da solo. So benissimo che non sono perfetta, che ho i miei difetti e so rendermi insopportabile quando voglio. So di non essere una donna facile e che la vita matrimoniale, a lungo andare, di deteriora un po’. Ma avrei preferito che ne parlassimo, magari anche che chiedessimo aiuto a qualcuno, che ci prendessimo un po’ di tempo per capire. Però immagino di non aver mai avuto voce in capitolo, vero? Hai deciso tutto tu e adesso io mi ritrovo fra le mani il nostro matrimonio finito, senza nemmeno sapere se avrei potuto aiutarci in qualche modo. E’ una cosa brutta Alberto, una cosa terribile non aver potere sul proprio futuro perché non ti viene nemmeno concesso di provare.»

Con le lacrime agli occhi Clara non disse più niente, sperando che suo marito tornasse sui propri passi, che le dicesse che aveva preso un grosso abbaglio e sarebbe tornato da lei. Ma conosceva quell’uomo da quasi tutta la sua vita e sapeva che, quello, sarebbe rimasto solo un sogno.

«Quando torno in zona passo a prendere alcune cose, ti avvertirò un paio di giorni prima» disse poi Alberto con voce tranquilla ma ferma, confermando i timori di sua moglie. «Mi dispiace Clara, è andata così. Non è colpa tua, è solo mia. Salutami i ragazzi, ciao.» concluse poi, riagganciando.

Clara rimase immobile con il telefono all’orecchio ancora per alcuni istanti. ‘Mi dispiace… Non è colpa tua… Salutami i ragazzi…’, le parole continuavano a girarle in testa. Un addio frettoloso, impersonale, asettico. Un addio tanto definitivo quanto crudele, che l’aveva lasciata inerme e zitta, immobile e ancora appesa ad una conversazione che le aveva completamente frantumato la vita.

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Lettera dal futuro (a me stessa bambina)

Ciao Serena, come stai? Di certo ti starai chiedendo chi ti stia scrivendo questa lettera e il motivo per cui l’abbia fatto. Quando mi hanno detto che avrei avuto la possibilità di scriverti ho accettato subito, pur sapendo che, facendolo, avrei potuto cambiare il corso della storia. Starò attenta a non farlo quindi, limitandomi a dirti cose che penso ti saranno utili nel tuo futuro, che è anche il mio passato. Sì, perché chi ti sta scrivendo sei tu fra trent’anni: io sono te.

Come ti ho detto non ti parlerò di scuola, lavoro o famiglia, non ti racconterò come si è evoluta la tua vita, perché tu devi viverla appieno e senza avvertimenti, con ingordigia. Adesso hai dieci anni e una miriade di opportunità davanti, io non posso dirti cosa fare o non fare, quali decisioni prendere o meno, il mio unico scopo è quello di darti qualche suggerimento sulla base delle mie esperienze. Sono consapevole del fatto che, alla luce di quello che ti dirò, e ancora di più in conseguenza a quello che recepirai, anche la mia realtà di adesso potrebbe cambiare. Ma non m’importa, sono sicura che, se succedesse, potrebbe solo migliorare, perché io conosco la ragazzina che sta leggendo queste righe. È una ragazzina timida, impacciata, vergognosa, ma con un buon carattere, una certa tenacia e, soprattutto, profondamente fedele a se stessa. Io sono la tua evoluzione ed ho piena fiducia in te e nelle decisioni che prenderai da ora in avanti.

Perdonami se il mio scritto ti sembra troppo complicato, onestamente non so più come ci si deve esprimere con i ragazzi della tua età. Questa capacità di scrittura l’ho acquisita nel tempo, con gli anni di appassionata lettura. So che adesso leggere non ti piace granché, ma arriverà il tempo in cui da sola ne scoprirai la meraviglia, e non manca molto. L’unica cosa che posso dirti, a proposito della lettura, è di non sentirti mai sazia. Sii curiosa di tutto, non farti intimorire da classici voluminosi o dai consigli di altre persone, leggi solo per il tuo piacere. E non ti interessare di chi ti dirà che leggi troppo, che ti rovini gli occhi, che sei asociale, perché quelle persone non sapranno che invece, dentro quelle pagine, tu troverai ogni volta un modo splendido per vivere vite parallele e per non sentirti sola. Leggere tanto ti porterà ad avere una proprietà di linguaggio diversa dai tuoi coetanei e ti sentirai spesso criticata per questo, tu non dargli peso, io me la prendevo troppo, tu invece segui il mio consiglio e lasciali parlare perché ci sarà anche chi ti apprezzerà.

Non vivrai un’adolescenza turbolenta, a parte gli inevitabili scontri con la mamma (che ci saranno anche dopo, ahimè). Quel periodo sarà un po’ più difficile per tua…nostra sorella. Stalle vicino sempre, io l’ho fatto e il nostro legame è straordinario. Lo so che adesso ti sembra assurdo, con le litigate e tutto il resto, ma fidati di me: non avrai mai un unione così profonda con nessun altro. Quindi stalle accanto, sostienila e appoggiala negli anni a venire, falle capire che credi in lei. Convincila a coltivare le sue passioni, costringila se devi, perché ha talento anche se non ci crede.

Cerca di approfondire il rapporto anche con i nostri fratelli, magari tra qualche anno. Lo so che sono maschi e non ti possono capire, ma da adulti lo faranno. Con la mamma e il babbo cerca di essere comprensiva, sii certa che quello che fanno è sempre il meglio che possono fare. So che sentirai molto il peso della severità della mamma, tutt’oggi penso ancora che in certi frangenti abbia esagerato, ma concedile il beneficio del dubbio ok? Sembra tutta d’un pezzo, ma se potesse si toglierebbe il sangue per darlo a noi quattro. Ti aiuterà tanto in futuro e so per certo che tu avrai dei rimorsi per non essere stata più disponibile, quindi quando avrai l’età per aiutarla fallo, in casa e fuori, perché se lo merita e perché così facendo aiuterai anche te stessa a diventare una persona migliore.

Passa  molto  più  tempo  all’aria  aperta. Io  ho splendidi  ricordi  delle scorribande nei campi,  tra l’erba alta e i  fiumiciattoli  di campagna,  e vorrei averne molti di più.

Cura le amicizie, tutte quelle in cui ti senti profondamente coinvolta. Saranno fondamentali per te. Le più importanti le vivrai fra qualche anno, tienile ben strette perché saranno per noi un’altra famiglia.

Ho già scritto molto, ma lo scopo di queste righe è soprattutto per dirti una cosa che spero abbia su di te un effetto positivo e che ti sia costantemente di stimolo. Tu vali, Serena. Adesso stai attraversando un periodo particolare, me ne ricordo bene, il nostro aspetto, alla tua età, era costantemente oggetto di derisione. Le prese in giro e gli scherni li ho ben impressi nella memoria e mi fanno ancora male, ma ho permesso a quelle malelingue di insinuarsi nel mio amor proprio e distruggerlo, tu non farlo. Non devi basare la tua autostima sulla taglia dei vestiti che indossi e non ti dirò di essere diversa da come sei, cosa che a me viene costantemente detta anche adesso, voglio solo che tu capisca che sei bella come e più di molte altre ragazze. Ma la prima a crederci devi essere tu. Non ti curare mai dell’opinione che gli altri hanno di te, specialmente se viene ba bocche piene di parole vuote, preoccupati solo di cosa tu pensi di te stessa, ché è l’unico giudizio di cui ti deve importare. Coltiva la tua cultura, coltiva il tuo buon carattere, la tua diplomazia. Prenditi cura di te stessa e non crederti meno di altri, perché non lo sei affatto. Chi non ti sa apprezzare in tutta la tua originalità non ha il diritto di criticarti e, certamente, si perderà il privilegio di conoscerti. Circondati di persone a cui vai bene per quella che sei, delle altre puoi benissimo fare a meno.

Asseconda  le tue passioni e,  soprattutto,  non vergognartene mai. Se ti

piace una cosa falla, se ti incuriosisce un’altra provala, e non aspettare credendo di avere tempo, perché il tempo, impietoso, passerà senza che tu te ne accorga. Non ascoltare mai chi ti dice di non seguire il tuo istinto, perché non può capire la tua sensibilità. Tu hai una sensibilità quasi sconfinata, che ti porterà a sentire le cose tanto, nel profondo, quindi non metterti freni di nessun genere. Hai anche un carattere caparbio e orgoglioso che nella vita ti aiuterà tanto, te lo assicuro, però devi anche imparare a smorzarlo un po’, perché a volte fare un passo indietro è più importante che tenere la propria posizione.

Che altro? Abbraccia di più, bacia di più, cerca di essere sempre gentile e ridi, ridi tanto. Aiuta quando puoi, impara a chiedere scusa, perdona, guarda tutto attraverso i tuoi occhi, non ascoltare chi ti vuole differente.  Lascia lavorare la tua fantasia, che ti porterà a vivere ed apprezzare cose che in molti non vedono. Credi in te, fidati di te. Vivi le cose senza aver troppa paura, perché spesso è la paura il nostro primo impedimento. Osa quando sarai convinta, ascolta gli altri però poi fai di testa tua. Arrabbiati quando ci sarà da arrabbiarsi, piangi quando ne sentirai il bisogno, vivi le emozioni fino in fondo sempre. Non ascoltare chi ti dirà che ‘è troppo’, non è mai troppo quando è vero. Tenersi le cose dentro fa male, cerca di non farlo mai. Poi sii generosa perché la generosità si moltiplica. Ama, dimostra e condividi il tuo amore. Ama tanto, anche quando quell’amore non ti torna indietro, perché quando dai amore, l’amore cresce. Cerca di non censurati mai in alcun modo, perché anche le piccole parti più autentiche di te ti rendono una persona speciale, ti rendono unica.

Penso di averti detto più o meno tutto, o almeno molte cose che ritengo importanti. Confesso che sono curiosa di leggere questa lettera tra trent’anni nel passato, vedere l’effetto che mi farà e la persona che  diventerò. Immagino me stessa a dieci anni con questi fogli tra le mani, a scorrere una riga dietro l’altra, ognuna più volte. Probabilmente sulle prime mi chiederò se è uno scherzo, ma non lo è! Io sono te, la te quarantenne che ha avuto la possibilità straordinaria di parlare con sé bambina e darle qualche dritta sulla vita, che comunque rimane sempre nelle mani di chi ti la sta vivendo. Sei libera di ascoltare le mie parole come di non farlo, ma a me fa piacere pensare che terrai questi fogli come un piccolo tesoro e che, ogni tanto, li prenderai in mano per rileggerli.

Buona vita quindi, cara Serena. Buona vita e sorridi sempre, che hai un sorriso bellissimo anche se sei convinta del contrario.

Con immenso affetto, la te che contribuirai a rendere migliore.

Sentirsi vivi

Come ci si sente quando si sta lavorando per realizzare un sogno? Le emozioni sono contrastanti. Da un lato c’è l’euforia, la fiducia, la febbre della rivalsa, dall’altra la paura, lo sconforto, l’illusione. Molto spesso i sentimenti negativi sovrastano quelli positivi, schiacciandoli, però a volte basta anche quel po’ di luce fioca che esce da sotto l’incudine per rinvigorire la nostra determinazione. Crediamo in noi, in quello che valiamo. Sorretti da pareri favorevoli di chi ci vuol bene, andiamo avanti tutta con il vento in poppa, ben consapevoli che cadere giù è solo questione di un attimo. Ma lottiamo, ci crediamo, non si molla. E sapete perché? Perché abbiamo bisogno come una droga di quel sogno, di quel fermento che c’è dietro e ci fa sentire speciali, non migliori degli altri, ma diversi sì. Noi sognatori siamo così, imperterriti e imperturbabili, nonostante l’alternanza tra luce  e ombra. Altaleniamo tra momenti euforici ed altri deprimenti, nell’assoluta incertezza del nostro avvenire. Ma ci crediamo lo stesso, semplicemente perché non sapremmo fare altrimenti. Ci crediamo perché quel sogno è qualcosa che ci fa sentire vivi. Quindi, cari tutti: fare largo ai sognatori!

Lettera d’amore

Ciao Gianfranco, sei sorpreso? Immagino che quando Ilda ti ha dato questa busta ti sarai chiesto cosa ci fosse dentro. Beh, dentro ci sono io, o almeno quel po’ di me che ancora rimane, e se mia sorella ha deciso di darti questa lettera significa che ormai, di me, non è rimasto quasi nulla.

Ho scritto una lettera anche ai ragazzi, una ciascuno. Ho chiesto a Ilda di darvele nel momento in cui mi sarei definitivamente persa in quel labirinto buio e silenzioso in cui ti incatena l’Alzheimer. Chissà quanto tempo passerà da quando chiuderò queste buste a quando voi le aprirete, spero molto, spero poco… Non so cosa sperare visto che è una malattia che ti strappa via pezzetti di te sotto i tuoi occhi e dentro le tue mani, considerando soprattutto che sarete voi a subite la tortura più atroce. Non so per quanto ancora resterò al vostro fianco, ma so che me ne andrò quasi senza rendermene conto, invece voi lo vedrete giorno dopo giorno, in ogni gesto non compiuto o in ogni nome dimenticato. E allora mi auguro di svanire molto in fretta, così che il mio degrado non sia per voi un inferno troppo lungo.

Eccomi qui dunque, a scriverti cose che sappiamo, che abbiamo vissuto, che tra noi sono sempre state sottintese. Eccomi qui a lasciarti qualche traccia di me quando non sarò che il ricordo di ciò che ero, quando ti guarderò con i miei occhi vacui e persi come se non tu non fossi di questa Terra, come se non appartenessi al mio mondo, quando in realtà tutto il mio mondo sei stato tu.

Ricordo ancora, e lo ricordo in modo vivido e tangibile, quando da ragazzo mi corteggiavi timidamente e mangiavamo i ghiaccioli seduti sul muretto davanti all’oratorio della chiesa di San Paolo. Mi ricordo il gusto aspro del limone, il mio preferito, e la tua lingua che rimaneva rossa dopo aver mangiato quello all’amarena, ché non ho mai capito come facesse a piacerti.

Credo di essermi innamorata di te quasi subito sai? Di quel tipo alto e dinoccolato che aveva le mani segnate dal lavoro e il sabato sera metteva l’acqua di colonia. Mi sono innamorata delle tue maniere, delle tue attenzioni, del tuo modo di dirmi ‘a domani’ perché suonava sempre coma una promessa, la stessa che hai mantenuto per più di cinquant’anni. E’ stato semplice scegliere di starti accanto, è stato semplice passare la vita a braccetto con te e, anche se il nostro matrimonio non è stato sempre rose e fiori, rifarei tutto.

Ci sono stati anche anni difficili, specialmente quando i ragazzi erano piccoli ed il tuo lavoro non andava molto bene, ma nonostante le difficoltà non ci siamo mai allontanati, non mi hai mai fatto sentire sola. Come adesso che stai leggendo questa lettera, sono più che sicura che io me ne sono già andata da qualche parte nell’oblio della malattia ma che tu sei comunque al mio fianco. Tu mi hai dato tre splendidi figli e sei sempre stato un padre amorevole e presente. Ogni volta che ti vedo battibeccare con Pietro o coccolare Marta e Sonia mi tornano in mente le giornate passate al mare tutti insieme o le scampagnate in collina. Le domeniche d’inverno passate in casa, con loro tre che si punzecchiavano e tu che li guardavi severo e silenzioso, lasciando che se la sbrigassero da soli. Sono certa che ti saranno stati vicino durante la mia malattia, che avrete condiviso tutti la stessa disperazione pur facendovi forza l’uno con l’altro. Non aver paura di mostrarti fragile davanti a loro, perché loro sanno quello che provi e non possono che comprenderti appieno.

Ancora poche righe per ringraziarti, per dirti che vivere la mia vita con te è stato un onore, oltre che un piacere immenso. Ti ringrazio per avermi fatto sentire speciale ogni giorno della nostra vita insieme, anche in quelli più bui e turbolenti. Grazie per ogni singola litigata, da quelle accese della gioventù a quelle stanche della vecchiaia, perché le prime hanno sempre rinvigorito l’ardore del nostro sentimento le le altre hanno avuto il compito di sottolineare la nostra reciproca conoscenza e complicità. Grazie per le risate, la stanchezza, il mal di piedi a forza di cercare mirtilli, la focaccia calda con il caffè la domenica mattina. Grazie per i pianti, tutti i pianti, anche quelli di rabbia, anche quelli di dolore, perché ad asciugarmi le lacrime, alla fine, ho sempre trovato il tuo fazzoletto. Grazie per aver sempre avuto un fazzoletto pronto in tasca. Grazie per avermi dato l’opportunità di essere felice, di essere madre, di essere moglie. Grazie per avermi regalato la vita che ho vissuto perché, ti giuro, mai avrei voluto viverne un’altra. Con tutti gli alti e i bassi, con tutti gli ostacoli e le intemperie, è stata meravigliosa e tu sei stato l’uomo migliore che io potessi mai desiderare accanto. Ti ho amato per tutto quello che mi hai dato in questi anni di vita insieme, e ti amo ancora come quando mangiavano i ghiaccioli sul muretto dell’oratorio. Adesso tu mi guardi e forse non vedi più la Fiorenza che conosci, con la quale sei cresciuto e invecchiato, ma io sono sempre lì, da qualche parte, e come tu ti stai prendendo cura di quel che resta di me, io, con i nostri ricordi, mi sono annidata nel tuo cuore e mi sto prendendo cura di te. Vieni a trovarmi quando vuoi, sarò lì ad aspettarti, sarò a casa nostra.

Con tutto il mio amore e la mia gratitudine,

Fiorenza

Il canto di una nuova alba

Papà riposa tranquillo tra le lenzuola ruvide del letto d’ospedale, dopo una nottata movimentata da crisi respiratorie e andirivieni di personale sanitario. Io sono rimasto tutto il tempo sveglio e vigile, immerso sia nel terrore di un addio improvviso che nel sollievo di un pericolo scampato.

L’alba si è affacciata dietro le veneziane da pochi minuti, sento un fortissimo desiderio di spalancare le finestre per far entrare aria pulita, quella che respiro sa troppo di morte e disinfettante. Nella penombra osservo mio padre in volto, ha un’espressione tormentata, forse sta combattendo con qualche motore d’epoca con lo scopo di farlo ripartire. Le sue mani così grandi e forti, ora inermi ai lati della figura distesa, una volta erano capaci di magie impensabili. Da piccolo passavo ore a guardarlo lavorare chiedendomi come dita così grosse fossero capaci di gesti tanto delicati. “Vedi Antonio, i vecchi motori sono come gli orologi, basta una piccolissima imperfezione, una scheggiatura da qualche parte e l’ingranaggio non funziona più a dovere. Solo pazienza ed attenzione possono aggiustarli, non serve altro” mi diceva. Per cinquant’anni aveva ricostruito vecchie glorie del passato riportandole alla vita, adesso era il suo di meccanismo ad essere difettoso e purtroppo non esistevano magie in grado di ripararlo.

Mi alzo dalla sedia e passeggio un po’ per la stanza, ho spalle e collo indolenziti. Ci sono altri tre letti oltre a quello in cui dorme mio padre. In uno russa un uomo dalla mole imponente, ricoverato per uno scompenso cardiaco, in quello accanto un esile ometto barbuto, un professore universitario, mi saluta con un leggero movimento del capo. Sul suo comodino sostano tre libri di storia antica che gli terranno compagnia per tutto il tempo della degenza dovuta ad un controllo di routine. Il letto accanto a mio padre è vuoto e nell’ultimo riposa lui, l’uomo che ha fatto di me l’uomo che sono diventato. Non è mai stato un tipo espansivo ma ricordo ogni sua stretta di mano come un abbraccio forte e avvolgente. Il giorno della laurea in ingegneria, il mio matrimonio, la nascita dei miei figli, ogni volta quelle mani capaci hanno afferrato le mie dicendomi tutto quello che avevo bisogno di sentirmi dire. Adesso la sua stretta è debole come il suo respiro, ma, come quel respiro, non molla la presa.

Mi avvicino alla finestra e sbircio fuori da dietro le stecche di alluminio, sono quasi le sei e si sentono i primi cinguettii degli uccellini. Ho letto da qualche parte che una certa specie di uccello canoro pensa di morire ogni volta che cala il sole e la mattina, quando si sveglia, è così sorpreso di essere vivo che si mette a cantare. Non so dire se quegli uccellini cantassero per mio padre e per il suo nuovo giorno da vivere, so solo che, per quanto mi riguarda, sarò sempre grato per tutti quelli che ho trascorso al suo fianco.

Sognare, sognare e ancora sognare

Sono una sognatrice e, in quanto tale, passo ore intere, chilometri di strade a fantasticare ad occhi aperti. Spesso fantastico inventando situazioni, piccole storie, che alcune volte poi porto su carta e molte altre, invece, lascio lì sospese nell’aria. Non c’è niente di male direte, e infatti avete ragione, solo che a volte queste mie fantasie vedono coinvolta me come protagonista, in prima persona. Anche qui non ci sarebbe niente di male, se solo quelle fantasie non fossero oltremodo romaniche e non sottolineassero l’assoluta mancanza di romanticismo nella mia vita. E mi basta poco, un nonnulla, anzi anche meno, per impalcare sceneggiature degne di Hollywood: se abitassi laggiù sarei più famosa di Shonda Rhimes! Io ci provo a non perdermi in queste fantasie, perché oltretutto lasciano sempre dei feriti sul campo, cioè io, ma la mia natura è così. Sognante, favolistica, quasi da soap opera. Credo che non si debba mai andare contro la corrente del proprio animo e se il mio animo mi fa tirare su bei castelli, allo stesso modo del tunnel lo arrederò. Poi crollerà ovviamente, ma nel frattempo sai quante nuotate nella piscina coperta, letture nello studio su una bella chaise longue e film nella sala home theatre! Sognare non costa nulla, si dice. Se non si contano le ammaccature sul cuore. Ma il mio cuore ormai la botta grossa l’ha superata, le altre non possono scalfirlo più di tanto. Quindi ho idea che continuerò a fantasticare tanto, se non altro per prendere spunto per qualche mio scritto. E se è vero che siamo fatti della stessa materia di cui sono fatti i sogni, come diceva il buon William, beh non c’è verso che io possa esimermi dall’ascoltarli e viverli come si deve quei sogni, anche a rischio di trovare una bella delusione al mio risveglio.

Quindi, gente, fate largo ai sognatori!

Il mio Natale sei tu

Il mio Natale

sei tu.

Quando ho ascoltato

il tuo respiro

per la prima volta.

Quando mi perdevo

nei tuoi occhi

curiosi,

che guizzavano

da una cosa all’altra

per poi posarsi

su di me.

Quando ti ho visto passare

da sogno a realtà

e da realtà a sogno

e ho capito,

con incanto

che non mi sarei più svegliata.

Il mio Natale

sei tu.

Quando rimbomba l’eco

della tua risata,

quando strilla il mormorio

delle tue lacrime.

Quando affronti le emozioni

che io ti sto insegnando

a non aver paura

di vivere.

Il mio Natale

sei tu.

Quando ti addormenti vicino a me,

addosso a me,

dentro di me.

Quando litighiamo

e poi ti chiedo scusa,

ma spesso capita

che io non perdoni me stessa

mentre tu, lo so,

mi hai già perdonato.

Il mio Natale

sei tu.

Quando mi sento imperfetta,

quando sbaglio

sapendo di farlo,

ma anche quando va bene

e capisco che va bene

perché mi guardi sereno.

Il mio Natale

sei tu.

Quando parli con me

senza vergogna,

e mi conduci nel tuo mondo

fatto di timori e meraviglie.

Quando ti lascio il tuo spazio

per crescere

e tu mi concedi

il privilegio

di camminarti a fianco.

Il mio Natale

sei tu,

da ogni tuo giorno

a questa parte.

Io ho dato alla luce te,

ma sei tu che mi hai fatto nascere.