La prima volta

Si guardò il sangue sulle mani, era poco. La spranga di ferro invece ne era ricoperta e la chiazza sul pavimento si stava allargando rapidamente. Non era turbato né sollevato, era indifferente; nella testa tornò a risuonare la solita marcia.

Gli piaceva guidare di notte, era l’unico a fare quel turno senza che gli costasse sacrificio e quando glielo chiedevano era felice di sostituire i colleghi. Di giorno il tempo non passava mai; col berretto calato sugli occhi non dava relazione a chi saliva sul filobus, rasentando quasi la scortesia. In realtà era un uomo beneducato ma schivo, nascosto a se stesso e agli altri, da sempre.

Per prime arrivarono le occhiate curiose, a volte un po’ inorridite, poi, a scuola, cominciarono le offese. Lo chiamavano orco, deforme, Quasimodo e in tanti altri modi, aveva smesso di contarli in quinta elementare. L’angioma dipingeva di viola metà volto e un’evidente protuberanza gli faceva calare la fronte a ridosso dell’occhio sinistro; in quella zona non c’era sopracciglio e i capelli erano più radi. “Non possiamo operare, signora, c’è un grosso problema di vascolarizzazione” avevano detto i medici, e allora era toccato abituarsi alla cattiveria del mondo. Sua madre lo aveva sempre incoraggiato a non coprirsi, ma Gianni non ne aveva mai potuto fare a meno. Era inutile che gli dicesse che il problema ce l’avevano quelli che si burlavano di lui, quando era lui ad assomigliare a un personaggio dei film di Wes Craven e non loro. Ma era buona sua madre, un cuore pronto a perdonare e concedere attenuanti, anche quando qualcuno l’aveva messa incinta e abbandonata a metà gravidanza. Era sempre stata il suo appiglio, il suo coraggio, la fata buona delle favole, mentre a lui era toccata la parte del mostro. Anche su di lei le malelingue non avevano risparmiato cattiverie e se c’era una cosa che faceva perdere la ragione a Gianni, oltre alle offese sul suo aspetto, erano le malignità su sua madre. Nessuno però era mai stato così pazzo o sfortunato da sommare le due cose.

La notte era calma, pioveva appena e i fari delle poche macchine facevano risplendere l’asfalto. Da dopo mezzanotte erano salite solo sette persone, Gianni le aveva salutate e aveva anche scambiato qualche battuta con la complicità del buio. I passeggeri a quell’ora vedevano solo un autista gentile, non la parte inguardabile di lui. Gli ultimi, una coppia di ragazzi che non avevano interrotto nemmeno un attimo il contatto tra le loro mani, erano scesi verso le due; Gianni andava su e giù per le vie di Milano, da solo, da oltre tre ore. Aveva visto finestre accendersi, ubriachi riprendersi dalla sbornia, volenterosi mattinieri uscire per una corsa, fornai aprire bottega, prostitute rincasare. Guidava tranquillo il suo mezzo, canticchiando tra sé e sé una marcia. Lo tormentava da alcuni giorni, ma non sapeva dire cosa fosse. La sentiva ossessiva nella testa, suonata da una grande orchestra della quale percepiva la forza dei fiati e la risonanza dei piatti, ma non aveva idea di come fosse finita a rimbalzargli tra le orecchie. Gli piaceva però, era una musica allegra che lo metteva di buonumore tenendogli compagnia. Ma quella quiete di lì a poco sarebbe finita, il turno stava per terminare e l’alba stava arrivando a grandi falcate. Avrebbe dovuto tornare al deposito e lì incontrare i colleghi del cambio. Non erano cattive persone, tranne un paio di stronzi che ce la mettevano tutta per infastidirlo ai limiti del sopportabile. Ma lui sopportava ogni volta, com’era sicuro che avrebbe dovuto fare anche quella mattina. Avrebbe ascoltato battute stantie e risolini sommessi, osservato toccate di gomito in segno d’intesa, tutto quanto dall’interno del suo silenzio imposto. Poi sarebbe uscito dal deposito con i pugni serrati nelle tasche e il cappello a lasciare fuori solo gli occhi, nonostante fosse appena l’inizio di settembre.

La luce del sole aveva già illuminato gran parte dei palazzi, il traffico si stava intensificando di minuto in minuto. Il filobus aveva ripreso a caricare persone e Gianni aveva spinto in basso la visiera, ringraziando la guida a destra. La sua giornata stava volgendo al termine, quella di tutti gli altri non era che all’inizio. Rientrò alla sede perfettamente in orario, l’officina era deserta, sicuramente erano ancora tutti dentro. Fermò il mezzo e fece i soliti controlli prima di scendere, poi saltò giù, unì le mani e le spinse verso l’alto, allungandosi quanto poteva. Trattenne il respiro e stette così fino a quando non gli sembrò di aver allentato tutte le vertebre della schiena, poi soffiò fuori l’aria insieme ad alcune gocce di saliva e riabbassò le braccia. Il collo roteò subito dopo producendo qualche scricchiolio e un lungo sbadiglio gli fece sentire la stanchezza. Canticchiando la marcia entrò nel deposito, un vociare allegro proveniva dagli spogliatoi; smise di canticchiare.

«Buongiorno» gli disse uno dei colleghi, «nottata tranquilla?»

«Sì, tutto ok» rispose Gianni, senza guardarlo.

Andò all’armadietto per cambiarsi ma impiegò molto tempo aspettando che tutti gli altri fossero usciti, sia chi entrava in turno che chi, come lui, stava smontando. Quando fu sicuro di essere solo cominciò a spogliarsi, la forza dell’abitudine gli fece appendere come ultima cosa il berretto. Si lavò bene mani e faccia e respirò un paio di volte nell’asciugamano prima d’incontrare la sua immagine allo specchio. Da piccolo passava ore a fissarsi scrutando ogni piccolo particolare, a volte misurando se per caso la sporgenza sull’occhio fosse aumentata. Da anni ormai non lo faceva più, non tanto per non voler accettare un eventuale peggioramento, quanto capendo che ignorarlo avrebbe certamente giovato al suo umore. Finì di vestirsi e prima di andare a casa passò ancora dall’officina. Doveva parlare con uno dei meccanici, gli sembrava che il filobus che aveva guidato avesse qualche problema ai freni.

«Buongiorno, c’è qualcuno?» Nessuna risposta. Si addentrò un po’ ma non sentiva rumori. Che non fossero ancora arrivati? Eppure il turno era iniziato.

«C’è qualcuno?» riprovò a voce più alta. Dietro di lui arrivarono passi e profumo di caffè.

«Ci sono io, che c’è?»

«Ah, buongiorno, volevo segnalare una cosa sul ventitré barrato.» Gianni fu costretto a parlare inseguendo quel tipo. Era uno di quei due stronzi, aveva ben pensato di prendersi una pausa caffè dopo meno di mezz’ora dall’inizio dell’orario di lavoro.

«Il ventitré barrato è a posto, l’ho guardato qualche giorno fa.»

«Ma hai riguardato i freni? A me sembrano un po’ lenti, forse è meglio controllare.»

«Ti ho detto che ho già controllato, è tutto a posto» disse, poi succhiò il caffè così rumorosamente che Gianni ebbe un brivido di disgusto.

«Ok, era solo per avvertire.»

«Ecco, bravo, tu fai il tuo mestiere e io il mio.»

Gianni pensò che dalle condizioni in cui teneva l’officina probabilmente non doveva essere un meccanico così attento. Dappertutto c’erano attrezzi messi alla rinfusa, pezzi di ricambio e avanzi di saldature. Si sentì in dovere d’insistere.

«Non voglio fare il tuo lavoro, ci mancherebbe, ma forse sarebbe meglio ricontrollare. Per scrupolo dico, meglio un pensiero tolto, no?»

«Perché tu hai anche un cervello che pensa dietro a quel blob sulla faccia?»

La marcia che gli risuonava in testa sparì; Gianni si mise a contare lentamente. Glielo aveva insegnato sua madre: “Se t’insultano, tu mettiti a contare fino a quando non ti sarai calmato, lascia che la rabbia scivoli via”.

«A parte che non c’è bisogno di essere offensivi, comunque è un problema tuo. Io ho segnalato la cosa, ora passo in ufficio e lo segnalo anche lì. Se dovesse succedere qualcosa non sarà colpa mia, il mio dovere l’ho fatto.»

«Ora passo in ufficio e lo segnalo anche lì» lo scimmiottò il meccanico, che nel frattempo si era acceso una sigaretta. «Era meglio se quel bubbone che hai sulla fronte ti copriva anche la bocca. Chissà chi si è scopato tua madre per far venire fuori uno come te, magari un cugino o un altro mostro, in entrambi i casi doveva essere una gran troia.»

In tutta la sua vita Gianni non aveva mai incontrato nessuno così pazzo o sfortunato da offendere sia lui che sua madre, ma c’è sempre una prima volta. Il respiro rimase fermo in gola, la mascella si serrò e lo spicchio di occhi che spuntava dal cappello si posò su una spranga di ferro lontana poco meno della lunghezza del suo braccio destro.

L’amore che resta

Mi è sempre piaciuto il rumore che fanno le lucertole quando corrono sul telo verde scuro, quello che si usa nei vivai o per proteggere le proprie case dalla curiosità degli altri. È un rumore rocambolesco, un trum ripetuto decine di volte nello spazio di pochissimo tempo. Lo sento anche ora, nascosto dietro le tombe più vecchie e logore, a ridosso di una siepe che non ha ritenuto opportuno rimanere viva. Il custode ha messo il telo per preservare l’intimità della preghiera e tenere fuori quelli come me, ma io lo oltrepasso e vengo quaggiù, lontano da tutto e immerso nel silenzio, dove il trum ripetuto delle lucertole è un suono potente che rievoca vecchi ricordi.

“Lasciale stare, non ti hanno fatto niente” mi diceva mia madre, io invece ricorrevo le lucertole spingendole verso i confini del giardino, dove anche la nostra di siepe stentava a crescere. Lei stendeva il bucato mentre io giocavo scalzo sull’erba fresca; ogni tanto scompariva dietro l’ondeggiare delle lenzuola e mi parlava senza staccare gli occhi dal filo, braccia e testa tese in alto. Il profumo del sapone di Marsiglia avvolgeva le sue parole e le mie corse mentre io, imperterrito, ignoravo i richiami impaurendo quelle povere bestiole che si arrampicavano veloci scendendo dall’altra parte; la sagoma scura scappava via con una velocità che i miei occhi faticavano a seguire. Adesso sono io a farlo, mi isso e ridiscendo svelto, con mia madre che, distesa sette file più avanti, mi protegge sussurrando: “Lasciatelo stare, non vi ha fatto niente”.

Disegno tanto quando vengo qui, a volte scrivo anche qualche abbozzo di storia e, se penso di avere qualcosa di valido, glielo leggo. Lo faccio quando non c’è nessuno però, quando si sente solo il leggero gocciolio della fontanella e la ghiaia resta immobile. Non è che mi vergogni, è che voglio che sia una cosa privata. Una volta le ho anche mostrato una striscia del fumetto, poi mi è sembrato un gesto così stupido che ho richiuso subito il quaderno. Gli occhi nella teca erano puntati su di me e per un attimo ho creduto fossero vivi, poi mi sono dato del coglione. Oddio, non che parlare a una tomba sia una cosa molto più intelligente, ma so che può sentirmi in qualche modo. A casa non riesco a disegnare né a scrivere invece, c’è troppo silenzio. La pace che mi abbraccia qui è ricercata, non è solo assenza di suono, è rassegnazione, è fede, è l’amore che resta. A casa la stessa pace diventa mancanza, da quando mamma non c’è più fa troppo rumore e non riesco a concentrarmi. Allora scappo qui e mi accuccio nell’angolo più buio del cimitero, e anche dentro il mio.

Il sole e io ci facciamo compagnia da quando leva a quando cala. Lo vedo attraversare tutto l’arco del cielo, dapprima accarezzando tenue la rugiada sui fili d’erba, poi proiettando ombre lunghe alle spalle delle lapidi. Quando l’ombra di mia madre tocca la fila dietro la sua è ora di tornare a casa. I cancelli sono chiusi da più di un’ora, risuona solo l’eco sorda del mio saluto.

«Ci vediamo domani, mamma.» Mi alzo da terra e scavalco ancora la rete.

Quando entro in casa sento mio padre posare i piatti sul tavolo, butto lo zaino in terra e lo raggiungo.

«Ah, sei tornato» mi dice senza guardarmi. Non mi piace il suo tono.

Io apro il frigo e appiccico le labbra alla bottiglia, per la foga della sete tossisco.

«Mi ha chiamato la scuola, dicono che non ci vai da dieci giorni.»

Beccato, penso, ma non m’importa perché non ho mai voluto nascondere niente.

«Mi stai ascoltando?» Papà fa schioccare la porcellana più forte e mi si piazza davanti, le nostre altezze si sfiorano.

«Sì, ti ascolto» dico, «e allora?»

«Come ‘e allora’? Se fai troppe assenze rischi l’anno.» La mia noncuranza mi si deve leggere in faccia perché insiste. «Non puoi fare come vuoi, hai delle responsabilità.»

«Sono maggiorenne» mi difendo.

«Questo non ti autorizza a essere stupido!»

Papà si lascia andare su una sedia, lo faccio anche io ma con meno abbandono.

«Quest’anno hai la maturità, non sprecare tutto.»

«Non sto sprecando niente.»

«Sì, se continuerai a mancare!» dice, sbattendo le mani sulle ginocchia. È arrabbiato, me l’aspettavo. «E si può sapere dove vai tutto il giorno? Mi alzo la mattina che già non ci sei e torni sempre più tardi. Stai fuori con gli amici? Andate da qualche parte?»

«No, nessun amico.»

«E cosa fai?»

«Disegno.»

«E non puoi farlo qui?»

«Non ci riesco, qui.»

«Perché? Saresti solo, nessuno ti disturberebbe.»

«Appunto» rispondo puntandogli gli occhi addosso. Capisce al volo e abbassa i suoi.

Comincia a strofinarsi le mani una nell’altra, imbarazzo e inesperienza lo mettono in difficoltà. Era mamma quella che parlava con me, la confidenza tra padre e figlio non è mai stata il nostro forte.

«Comunque potevi dirmelo, avrei capito se ti serviva tempo» balbetta piano. «Ma dove vai allora a disegnare?»

Vorrei inventarmi qualche posto diverso, invece decido di dirgli la verità. Non c’è mai stato spazio per parole sincere tra noi e il silenzio di quelle taciute comincia a pesarmi un po’.

«Da lei» dico, chinando il capo.

Sento lo strofinio delle unghie sui jeans, se lo guardassi vedrei la sua testa muoversi da un punto all’altro della stanza.

«Tutto il giorno?»

«Sì.»

«Luca, ma… non ti sembra un po’ eccessivo? Capisco che ti manca, manca anche a me, però questo non cambierà le cose. Passare tutta la giornata al cimitero non va bene, devi andare a scuola e prendere il diploma, come voleva mamma. Non riuscirai a venirne fuori se non reagisci. Esci con gli amici e torna ad allenarti, lei vorrebbe così. Devi… dobbiamo accettare la cosa e andare avanti, non nasconderci dietro a…»

«Tu non sei mai venuto» lo interrompo. Sentirlo parlare di cosa voleva lei e di cosa avrei dovuto fare io m’infastidisce.

«Come?»

«Tu non sei mai venuto. È morta da tre settimane e non ti ho mai visto da lei. Arrivo poco dopo l’alba e me ne vado quando fa buio, non sei passato nemmeno una volta, nemmeno cinque minuti. Me ne frego della scuola, degli amici e degli allenamenti, voglio stare con lei.» Le parole escono fuori aspre, dure come forse non sono mai state.

«Luca, tua madre non c’è più, continuare a rimanerle così attaccato non ti fa bene.»

«Lo so benissimo che non c’è più, ma preferisco stare lì con lei piuttosto che qui con te» gli dico, e non mento.

Lui accusa il colpo ma non si smuove: «Forse è presto per te, non siamo tutti uguali per carità, ma devi reagire.»

«Ah no, questo è certo: io non sono come te che l’hai dimenticata subito dopo averla sepolta.»

«Io non ho dimenticato tua madre, non ti azzardare nemmeno a pensarla, una cosa del genere.» Mi punta l’indice in faccia.

«E perché allora non ci vai mai? Se t’interessa tanto, perché non sei mai venuto a trovarla?» urlo scattando in piedi. «Dove sei stato in questi giorni? Hai continuato a vivere la tua vita fregandotene di lei e di me. ‘Letizia non c’è più e Luca è grande, io posso fare quello che voglio’» scimmiotto la sua voce.

Alzandosi fa cadere la sedia, muove un passo funesto verso di me.

«Come ti permetti?» le parole escono tra i denti stretti. «Come ti permetti!» grida. «Ho amato tua madre più di ogni altra cosa al mondo. Siamo stati insieme oltre venticinque anni, lei era tutta la mia vita e tu mi vieni a dire che non me ne frega niente? Ma con chi credi di parlare? Chi ti dà il diritto di giudicarmi?»

«Perché non sei mai venuto, allora?» grido più forte di lui.

«Perché me lo ha chiesto lei!» La sua voce è potente, ma le parole impattano molto di più. «Mi ha detto di non farmi vedere fragile, di resistere e continuare come niente fosse.» Il tono è cambiato, ha raccolto la sedia e ci si butta di nuovo sopra; i palmi delle mani strofinano la faccia e i capelli. «Mi ha detto di farlo per te, perché sapeva che sarebbe stata dura e voleva proteggerti. Mi ha imposto di non cedere, di non andare al cimitero e di non obbligare te ad andarci, ma i ruoli si sono ribaltati, vedo» fa una specie di smorfia che penso voglia essere un sorriso. «Mi sento perso senza di lei, il vuoto che ha lasciato opprime anche me. Non c’è giorno che non pianga la sua morte, non c’è giorno che non maledica Dio per aver portato via lei invece di me. Con te è sempre stata brava, ti ha saputo crescere bene e farti diventare l’uomo che sei. Cosa posso fare io, ora? Come posso recuperare tutto il tempo che ho buttato via? Come posso diventare il padre che non sono mai stato? Non so se sarò in grado di continuare il suo lavoro, non sono alla sua altezza, e di certo non sono il genitore che meriteresti accanto.»

All’improvviso lo vedo stanco. Seduto con la testa china e i gomiti appoggiati sulle gambe, percepisco la sua fragilità. Stare male e non poterlo dire, nascondersi ogni giorno per il mio bene e sentirsi inadeguato, spaventato da una prova che non sa se riuscirà a fronteggiare. Quanta forza serve per mettere davanti al proprio dolore il bene di qualcun altro? E io quanto sono stato cieco per non vedere tutto questo? Barcollo, mi appoggio al tavolo per non cadere. Gli trema la voce e continua a strofinarsi le mani come a voler raschiare via tutta la sofferenza, ma non ce la farà, gliela leggo incisa negli occhi umidi: è anche la mia. Senza accorgermene gli sono addosso, si alza d’impulso e io lo abbraccio. Stretti in un pianto muto inspiro una tenue scia di dopobarba che va a unirsi al sapone di Marsiglia. Adesso quel silenzio si sgretola, la mancanza trasforma una parte di sé in presenza e tutte le parole non dette hanno trovato la strada per uscire e farsi sentire. L’amore che resta di lei, per lei, è racchiuso tutto lì.

“Nives” – Sacha Naspini – E/O

Nives rimane vedova all’improvviso, un giorno qualunque. Anteo cade a terra stecchito mentre porta la sbobba ai maiali, va giù in un colpo secco, un attimo e non c’è più. Nives sembra affrontare con forza il lutto. Non piange, non vuole lasciare la casa di sempre per andare a vivere con la figlia in Francia, vuole solo continuare la sua vita alla cascina. Ma non dorme. Le giornate passano con il da fare, ma le notti sono lunghe, le angosce aumentano e la mancanza di sonno rischia di farla impazzire. Poi si ricorda di sua madre che, per placare le notti insonni, aveva catturato un grillo e l’aveva messo in una scatolina sul comodino, riuscendo finalmente a dormire. Così Nives sceglie il suo animale: una gallina zoppa. La mette in una cassetta e la porta in camera con sé, da quella notte dormirà come una bambina e anche i tormenti interiori si placheranno. Giacomina, la gallina, è diventata al pari di un animale domestico. Gira per casa liberamente, dorme con Nives, le fa compagnia la sera, davanti alla tv. Ed è proprio in una di quelle sere che rimane ipnotizzata dalla pubblicità del Dash. Non si muove, non sbatte nemmeno gli occhi, lo guardo fisso sul monitor. Nives, preoccupata, telefona al veterinario. Sarà una telefonata lunghissima che, partendo dal pretesto di una gallina in trance, scaverà nel passato di entrambi, in una gioventù comune, dentro rancori mai sopiti e realtà non immaginate.

La narrazione di Naspini è spigliata, il linguaggio piacevole, popolare e appropriato, mi ha dato l’idea di una storia raccontata a voce, tra amici, magari dopo una cena abbondante e del vino rosso a disinibire. Il peso del passato si porta individualmente, è vero, ma ognuno secondo la forza che la propria verità gli suggerisce. Ma la verità non è mai una sola e, quando le diverse versioni vengono messe a confronto, bisogna fare i conti con quello che non si sapeva. Quarant’anni di vita racchiusi nella telefonata di una notte, in cui si allentano tutte le tensioni e si parla chiaro senza pensare più alle conseguenze. Un libro scorrevole, umano, e un personaggio femminile, Nives, che è molto più vicino a noi di quanto si possa pensare.

Un bravo ragazzo

Era simpatico, quel Balram, proprio un bravo ragazzo. Pietro lo guardava sempre da lontano, nascosto dal tiglio in mezzo alla piazzetta della stazione. Si accostava al tronco e poggiava la fronte sulla corteccia ruvida, a volte picchiettando con la punta della scarpa l’asfalto tirato su dalle radici. Lo osservava spazzare le foglie davanti al bar, pulire i tavoli e sistemare le sedie; giorno e notte era lì a lavorare, instancabile.

Pietro bazzicava la stazione da alcuni anni. Prima di Balram c’era un tipetto ossuto, con le orecchie sformate da orribili orecchini forati, qualcosa a cui si poteva appendere una stampella con su una camicia pulita, ad averle una stampella e una camicia pulita. Nic, gli sembra si chiamasse. Passava pomeriggi interi a fumare e guardare il telefono, era uno scansafatiche. Balram invece era un gran lavoratore. Pulito, serio, rispettoso. Il suo capo lo chiamava scherzosamente “bangla”, che poi si divertiva solo lui, mica Balram, che tra l’altro era indiano. Bangla, svuota i cestini! Bangla, scarica il camion! E lui obbediva. Pietro si domandava come facesse a rimanere calmo, se quell’idiota gli avesse mancato così di rispetto si sarebbe fatto vincere dalla voglia di dare sfogo alla furia delle sue vecchie braccia da manovale.

Balram, comunque, si era accorto di lui pochi giorni dopo essere stato assunto. Pietro se ne era reso conto una sera che il ragazzo aveva lasciato una bottiglia d’acqua e un panino rinsecchito su un tavolo. Era alla sua postazione di vedetta, Balram aveva guardato nella sua direzione ed aveva annuito. Era quasi buio, la stazione deserta, e spirava un vento gelido e desolante, di quelli che amplificavano la sua solitudine; Pietro si era avvicinato, aveva infilato in fretta tutto nelle tasche ed era tornato indietro. Dopo quella volta era successo molte altre, a Pietro piaceva pensare che quel gesto fosse una specie di rivalsa di Balram verso quello stronzo del suo capo. Ma quando ci pensava un po’ di più si diceva che non era possibile, quel ragazzo era fatto di un’altra pasta: in mezzo alla merda della vita lui non puzzava. Lo guardava dal suo angolo, mangiava e beveva alla sua salute. Era proprio un bravo ragazzo, quel Balram.

La verità nell’ombra

I raggi filtravano imperiosi nello spazio tra le dita, Giò osservava la sua mano scura che proiettava un’ombra sull’unico occhio aperto. Non si vedevano i calli, la pelle spaccata o le unghie scheggiate, solo lunghe dita ossute e tendini tesi come corde. La verità sta nell’ombra, pensava, abbassando la testa e tornando in quel torrido giorno di agosto.

Ogni tanto si estraniava. Seduto nel suo cantuccio ai margini di un edificio abbandonato, veniva risucchiato in un vortice senza confini. Roteavano intorno a lui briciole d’immagini, forse il passato, forse pensieri paralleli, ma qualsiasi cosa fossero avevano il potere di raccontagli un po’ di sé. L’unica cosa che era sicuro di possedere era il presente, tutto quello a cui aveva voltato le spalle gli era sfuggito di mano già da un po’. Non era bravo a ricordare, si confondeva sempre. Le case in cui aveva vissuto si avvicendavano mescolando pareti e sofà, a volte spuntavano giardini al secondo piano e cantine con i terrazzi, e i volti erano sempre tanti, troppi, ma sapeva con certezza che qualcuno doveva averlo amato. Lo sentiva dentro, quando un castano d’occhi gli pareva più familiare o la scia di un profumo gli ricordava un sorriso. Non il suo, quello di qualcun altro. Erano sensazioni potenti ma passeggere, come un colpo allo stomaco che lascia curvi per un po’, sebbene l’affondo non duri più di qualche secondo. Così se ne stava rannicchiato a guardare intorno senza vedere niente, gli occhi fissi e lo sguardo assente, perduto in qualche corridoio malfermo e poco illuminato della memoria. Chi lo conosceva aveva imparato a non disturbarlo quando si smarriva nei suoi viaggi. Era successo che qualcuno avesse cercato di ridestarlo, preoccupato per un assenza tanto concreta, allora Giò si scagliava come una furia contro chiunque si trovasse davanti. Diventava violento, urlava sputando offese miste a saliva. Il giallo dei denti usciva prepotente dalle labbra, i pugni si serravano, le braccia mulinavano. Il peggio erano gli occhi, sempre persi, ma accesi d’ira.

La maggior parte del tempo, però, era un uomo tranquillo. Nel quartiere lo conoscevano tutti, tirava su qualche soldo facendo lavori di facchinaggio e i bottegai gli regalavano il minimo per mangiare. Il forno all’angolo di via Tucci, la sera, metteva fuori il pane non venduto e Giò non perdeva occasione di farsi trovare nei paraggi. Ma non prendeva mai più di quello che gli serviva per un pasto, non era mai stato un uomo di grande appetito e non sopportava gli sprechi. Dopotutto non faceva nemmeno una brutta vita, dormiva al coperto, aveva buoni vestiti e un paio di scarpe quasi nuove. Aveva anche degli amici e, a parte quando la collera s’impossessava di lui, era considerato una buona compagnia. L’unica cosa che sopportava con fatica era il caldo sempre più pressante delle estati. Sentiva l’aria infiammargli i polmoni e schiacciargli il petto, l’unico sollievo che aveva era starsene nei rari coni d’ombra. Non poteva andare nei parchi, però, perché erano pieni di bambini che lo fissavano, e quegli sguardi così indagatori e giudicanti gli ricordavano qualcosa di antico, qualche male subìto e represso. Non gli restava che trascinarsi sui marciapiedi riarsi o lungo l’asfalto malfermo all’orizzonte, nel tentativo di evitare il più possibile l’indomita potenza del sole. Allora tornava nell’edificio, ma le pareti tra le quali dormiva diventavano una fornace già poco dopo l’alba, il caldo gli dava alla testa e l’ombra era piena di demoni che non lo lasciavano in pace. Nei cunicoli affollati della mente riaffioravano troppe cose, non avrebbe saputo dire cosa fossero tanto erano sfuocate. Di alcune voleva credere che fossero ricordi perché erano piacevoli e rincuoranti, seppure non nitide, altre invece si era imposto di considerale errori, tare di un pensare non più lucido da tanto tempo. Non poteva aver vissuto in quel modo, sopportato tutto il dolore. Chi mai farebbe certe cose a un altro essere umano? E poi quali cose, di preciso? Le sentiva cattive senza riuscire ad afferrarle veramente, ma non aveva mai voluto indagare, appena arrivavano le scacciava via perché era molto più facile accettare qualcosa se non si conosceva fino in fondo. Era in quell’ombra che la verità s’insinuava, che premeva per farsi ascoltare molestando il suo già vacillante equilibrio. Appena percepiva il pericolo Giò si allontanava dal riparo per lanciarsi in braccio al furore dell’estate, perché dopotutto era preferibile a quello dei suoi deliri. Anche adesso, seduto su una panchina di pietra sbeccata agli angoli, sfuggiva alla morsa dell’ombra lasciandosi scivolare addosso il sudore e un altro tramonto alle nove di sera. Aveva preso la sua pagnotta avanzata a la masticava piano, alzandosi ogni tanto per andare ad attaccare la bocca alla fontanella e trangugiare lunghi sorsi d’acqua calda.

«Giò, vieni al parchetto?» Gli chiesero un paio d’amici.

E poi c’era il parchetto. Se di giorno era pieno di bambini crudeli, la sera era conforto per corpo e mente. Il contatto con l’erba fresca era rigenerante, uno spiraglio di luce in giornate in cui la luce era stata insieme tortura e rifugio. Ma era una luce diversa, di quelle che illuminano dentro e non fuori.

«Arrivo» disse Giò. Poi prese una bottiglia vuota che sporgeva da un cestino, la riempì e se la mise in tasca. Inghiottendo l’ultimo boccone di pane raggiunse gli altri.

«Anch’io sono passato dal forno, vuoi un pezzo?» Uno degli uomini allungò una mano, tra le dita logore dal tempo e dallo sporco stringeva un pezzo di focaccia.

«No, grazie, sono a posto» gli rispose Giò, l’altro fece spallucce e la offrì al ragazzo alla sua sinistra, che l’accettò senza troppi complimenti.

Il buio della notte non era ombra, era quiete. Un piccolo pezzetto di veglia nel quale poteva smettere di chiedersi chi fosse stato e godere del bene che il cielo gli regalava. Un pezzo di pane fresco, una bottiglia nuova, qualche amico con cui parlare e brevi, dolci ore in cui sentirsi libero dalle maglie del passato ed essere soltanto Giò.

“Le malerbe” – Keum Suk Gendry-Kim – Bao Publishing

A scuola c’insegnano la storia. Veniamo istruiti sull’ordine cronologico dei fatti, impariamo i nomi, le date dei conflitti, chi combatte e dove, ma nessuno dice mai tutto quel sommerso che c’è dietro una guerra, e ce n’è tantissimo. L’autrice Keum Suk Gendry-Kim tira fuori un pezzetto di quel sommerso e ce lo mostra con spietata sincerità.

La realtà scomoda di cui ci parla Keum Suk è quella delle comfort women, donne costrette a diventare schiave sessuali per l’esercito giapponese nei primi anni quaranta, durante la guerra che il Giappone intraprese con Cina e Corea per la loro conquista. Queste donne venivano rapite o comprate e costrette a prostituirsi ai soldati, che spesso le violentavano e le picchiavano.

L’autrice ci racconta la storia di nonna Yi Okseon, ma anche di molte altre donne come lei. Okseon nasce in una famiglia estremamente povera, in un paese dove essere nata donna è già un grosso svantaggio. Okseon vorrebbe tanto andare a scuola, ma non può perché deve badare ai fratelli più piccoli mentre la madre e il padre lavorano, è perché l’istruzione è un privilegio solo maschile. Ma i soldi non bastano mai, così i genitori prendono la decisione di mandarla presso una famiglia adottiva, dove potrà lavorare e studiare. Okseon accetta la decisione dei suoi genitori, ma non può immaginare che da quel giorno la sua vita sarebbe cambiata per sempre passando di casa in casa, fino a quando nel 1942, a sedici anni, viene rapita.

Qui inizia un racconto doloroso, reso ancora più duro dalle illustrazioni. All’inizio sono pulite, nitide e nette, via via diventano più graffiate e sporche, scure. Il dolore che racconta nonna Okseon passa forte dalle sue parole alle immagini, tirandoci dentro la sua vita, una realtà che, nella storia, si è ripetuta di continuo. Sono cambiate le guerre, i paesi e le modalità, ma la schiavitù sessuale è sempre stata una tremenda costante.

Leggendo il graphic novel ho camminato a fianco di nonna Okseon, come al fianco di tante altre fortissime donne. Okseon non ci riporta solo i fatti, ma ci parla di lei, delle ferite che hanno trafitto la sua anima. Bambina, ragazza e giovane donna, ci rende partecipi di quello che ha sentito ad ogni passo della sua vita, ma soprattutto ci mostra la sua resilienza, la stessa delle malerbe che sopravvivono all’inverno, si piegano al vento e vengono calpestate, ma nonostante tutto tornano sempre a rialzarsi.

“La tettonica delle placche” – Margaux Motin – Bao Publishing

Durante il lockdown di questa primavera Bao Publishing ha messo in offerta alcuni graphic novel e io ne ho approfittato impunemente. “La tettonica delle placche” mi ha colpita per la bella copertina, non avevo idea di cosa parlasse, ma l’immagine di quella donna che si dipinge la pelle, tutta scompigliata e con un’aria concentrata e soddisfatta mi ha attirato subito, e l’istinto non mi ha delusa.

Margaux ci racconta la storia di una donna come tante, appena uscita da un divorzio e con una bimba piccola da crescere. Ci racconta la sua voglia di emergere dal fallimento del matrimonio, il desiderio di svoltare e ricominciare da capo. Vediamo e leggiamo la sua brama di rivalsa nei confronti della vita, del suo bisogno d’amore e della imprescindibile opportunissima presenza delle amiche. Direte: “che sarà mai, è un argomento vecchio”. È vero, è vecchio (e nel mio caso anche condiviso), ma Maurgaux dice tutto in un modo avvolgente. Conquista con l’ironia, con i disegni splendidi e gli scritti sagaci. Attraverso questo mezzo attanaglia il lettore e lo porta nella storia della protagonista, proprio dentro al suo mondo fatto di vino, farfalle, timori e piccole prese di coscienza. Noi vediamo una giovane donna in cerca di riscatto e Maugaux ce la presenta con umorismo, ma sotto sotto, tavola dopo tavola, ci confida anche la parte più profonda di lei.

La lettura è stata spassosa e profonda allo stesso tempo, il tratto dei disegni è realistico e pulito, molto espressivo. Margaux Motin ha saputo parlare di argomenti seri con il sorriso, e a volte questa è la tattica giusta per affrontare la vita. L’obiettivo è muovere la nostra energia interna e spostare i continenti che abbiamo dentro, creare nuove faglie, riorganizzare la tettonica delle placche e ricominciare da capo con un nuovo assestamento.

“Febbre” – Jonathan Bazzi – Fandango libri

“Fioriscano gli occhi che guardano oltre”, questa è la dedica che Jonathan Bazzi mi ha fatto alla presentazione del suo “febbre”, io aggiungo che gli occhi che sanno guardare oltre sono un bene inestimabile ma ancora troppo pochi.

Appena si cominciano a sfogliare le pagine del romanzo, ci si rende conto di venire catapultati nella vita di Jonathan. Di botto, senza preavviso. Presente e passato s’intrecciano in un andirivieni ipnotico, alternandosi e facendosi desiderare sempre di più. Si scopre la storia di questo ragazzo nato e cresciuto a Rozzano, periferia non facile di Milano, e parallelamente lo seguiamo nella sua travagliata ricerca della ragione di quella febbre che non se ne vuole andare.

Passo dopo passo scopriamo chi è Jonathan: cosa vuole, cosa teme, cosa sente. Lui stesso ci porta al suo interno e lo fa con una sincerità spiazzante. È come assistere a un lungo monologo, una specie di chiacchierata a cuore aperto tra due amici, di quelle che si fanno a notte fonda, in penombra, quando le maschere cadono e il cuore si alleggerisce. Jonathan mette a nudo tutto se stesso senza badare a cosa i lettori potranno pensare di lui. Non nasconde niente, ci dice: questo sono io, nel bene e nel male. E ha un gran coraggio a farlo, specialmente in un mondo in cui mostrare il vero io è una cosa che spaventa quasi tutti. Lui invece ci racconta la sua vita, gli alti e i bassi, le cose che lo illuminano ma soprattutto quelle che potrebbero oscurarlo. Ma non gl’interessa niente del buio, dopotutto tutti siamo luce e ombra, no? E Jonathan ha deciso di non lasciare nulla indietro, forza e debolezza sono una cosa sola: sono lui. Negare una delle due parti sarebbe negare se stesso, e questa alternativa non è nemmeno da prendere in considerazione.

Jonathan ci presenta i tanti “mostri” che ognuno prima o poi affronta nella propria vita. Solitudine, ansia, paura, abbandono, giudizio altrui sono solo alcuni, e torno ancora a parlare di coraggio affermando risoluta che questo ragazzo di poco più di trent’anni ha dato grande prova di tenacia e non ha avuto il minimo timore a parlare di sé, sfidando a viso aperto tutti quegli occhi così ciechi di fronte all’empatia (merce sempre più rara).

Leggete “febbre”, lasciatevi conquistare dalla voce di Jonathan, lasciate che vi porti nella sua realtà e poi mettevi comodi ad ascoltarlo. Non so se imparerete qualcosa, ma sono certa che sicuramente, arrivati alla fine, avrete trovato un amico in più. E chissà, forse rifletterete sul fatto che dietro agli occhi che incontriamo ogni giorno – che siano di un amico, un parente o un amore – c’è qualcosa di più profondo e intimo, qualcosa a cui dobbiamo credere e che dobbiamo rispettare per riuscire ad andare oltre.

“Il cielo è dei violenti” – Flannery O’Connor – minimum fax

Conoscevo la bravura di Flannery O’Connor attraverso la lettura dei suoi racconti, appena ho visto che Minimum fax aveva pubblicato “Il cielo è dei violenti”, non ho potuto fare a meno di prenderlo.

O’Connor ci racconta la storia di Francis, un ragazzo di quattordici anni che, quando ne aveva quattro, è stato rapito dal suo prozio, un uomo che sfiora la pazzia e si crede un profeta di Dio. Mason cresce suo nipote seguendo il suo fanatismo religioso, non facendolo andare a scuola e inculcandogli la sua insana visione del mondo. Poi succede che il prozio muore e Francis, che dentro di sé si è sempre ribellato ai dettami dell’educazione che gli è stata imposta, si trova “obbligato” a dover adempiere alla missione che il prozio Mason gli ha lasciato, ovvero battezzare il figlio di Rayber, lo zio al quale Francis era affidato prima che venisse rapito e che ha vissuto la stessa straniante e dolorosa esperienza di Francis.

Detta così sembra una trama semplice, ma credetemi quando vi dico che O’Connor ci regala una storia potente, in cui il dualismo tra bene e male, tra reale e immaginario, ingaggiano una lotta senza posa.

Francis è l’emblema di questa lotta, vive una furia interna cercando di combattere se stesso nel tentativo di far prevalere un liberante scetticismo, ma subendo i colpi del “lavaggio del cervello” che il suo prozio gli ha fatto in oltre dieci anni. È un ragazzo schietto, cattivo, irrispettoso, ma anche perso e fragile, desideroso di una guida ma ribelle e indomito. Rayber lo accoglie intravedendo finalmente la possibilità di salvare quel ragazzo che non era riuscito mai a riprendersi, ma si troverà messo di fronte a enormi fantasmi, una consapevolezza spaventosa e la certezza che certe volte semplicemente non si è abbastanza forti. E poi c’è Bishop, la missione di Francis. Deve battezzarlo come gli ha indicato Mason e, seppure il ragazzo non creda nella voce profetica del prozio, seppure si ribelli a tutto quello che gli è stato insegnato, non può fare a meno di cercare di perseguire quell’obiettivo. Bishop è nato “ritardato per grazia divina”, come sostiene Mason, e non ha paura di Francis, nonostante lui non sia affatto amichevole. È un po’ una figura chiave, collocata tra Rayber e Francis, insieme salvezza e dannazione per entrambi.

La grandezza di Flannery O’Connor è racchiusa, oltre che nella tematica complessa che affronta, anche in un uso sorprendente delle parole. Le sue immagini sono immediate, originali, spiazzanti, ci fa vedere senza banalità, ci porta dentro alle pagine tenendoci incollati. Chiunque abbia intenzione di scrivere narrativa deve leggere O’Connor, perché è un grande nome della letteratura americana – ma direi anche mondiale – che una malattia ci ha portato via troppo presto, a soli trentanove anni. Pensate a quante meraviglie avrebbe potuto ancora scrivere, pensate al patrimonio di capolavori che avrebbe lasciato. Non so voi, ma io non vedo l’ora che esca anche il suo primo romanzo “La saggezza nel sangue” e, nel frattempo, mi vado a rileggere i suoi racconti.

Spazi privati

«È come quando rimani al buio, che ti viene da spalancare gli occhi. Apri le palpebre più che puoi nell’attesa che la pupilla catturi qualsiasi spiraglio di luce, poi aspetti con fiducia. Poco a poco il nero si fa meno fitto, qualche contorno si delinea, le sagome diventano nette e i passi più sicuri, guidati. Ecco, è così che mi sento quando guizza l’idea per una storia. Resto ferma con gli occhi grandi e aspetto che arrivi la luce.»

Silvia aveva le mani ancorate al bicchiere, il ghiaccio si muoveva lieve facendosi strada tra Aperol e prosecco. Non le piaceva condividere questa parte privata di sé, non tutti avrebbero capito o rispettato la sua passione per la scrittura, ma con Lucia era diverso. Con lei era sempre stato diverso. Tutto.

«E ti capita spesso?»

«Cosa?»

«Il guizzo.»

«Meno di quanto vorrei.» Un sorso generoso salì per la cannuccia nera; Silvia inghiottì forte e cambiò discorso. «E a te piace insegnare in palestra?»

«Sì, molto. Amo il contatto con le persone, in un certo senso mi sembra di aiutarle.»

«A meno che non ti capitino casi disperati come me» scherzò Silvia.

«Ma no, esagerata! È facile lavorare con te, invece» disse seria Lucia.

«Sei sempre stata sportiva, tu. A scuola vincevi ogni volta la corsa campestre, mentre io trovavo tutte le scuse per non allenarmi.»

«Te ne stavi con la testa tra le nuvole anche allora.»

«Non sono cambiata molto, come vedi» le strizzò l’occhio Silvia.

Lucia era proprio come se la ricordava: alta, magra, con le spalle aperte al mondo. Era sempre stata socievole, anche se adesso le sembrava un po’ chiusa, ma forse pagava l’imbarazzo di essere da sole dopo così tanto tempo. Silvia aveva sempre amato la spontaneità di Lucia, ma quell’aria impacciata e docile le stava facendo muovere qualcosa dentro, qualcosa che era assopito da anni e che si stava risvegliando.

«Se non ci fossi stata tu avrei già mollato il corso, non sono mai stata costante in queste cose» continuò, bevendo ancora.

«Menomale che ci sono, allora» disse Lucia, tamburellando con le dita sul dorso verde della Guinnes.

«Ma dimmi di più di te: cosa fai, oltre alla palestra? Hai altre passioni?» Silvia strappò la polpa dalla scorza d’arancia tirando coi denti, poi masticò.

«Sì, tu. La mia passione sei tu. Sono innamorata di te dalla terza liceo. Rivederti è stato uno shock, ho capito di non avere mai smesso di amarti.»

Questo le avrebbe voluto dire Lucia, ma era terrorizzata. Il ginocchio si alzava e abbassava con un ritmo frenetico, la birra era finita già da un pezzo e le mani sudavano nonostante la brezza d’inizio ottobre. Era stata incerta per settimane prima d’invitarla, poi la decisione presa d’impulso, la domanda fatta in apnea e il respiro lento subito dopo il “sì, volentieri”. E adesso era lì, seduta di fronte a lei. Solo loro due, senza nessun altro intorno a invadere uno spazio tanto privato. Silvia era esattamente come qualche anno prima. Una bellezza ingenua, poco appariscente, con gli occhiali colorati e un’ombra di lentiggini sul naso. E dolce, Dio quant’era dolce! Avrebbe voluto alzarsi e baciarla, lì, davanti a tutti. Un gesto romantico come nei film, di quelli che si fanno sotto la pioggia o in mezzo a una folla di gente. Ma il cielo era ammantato di stelle e il pub semivuoto.

«Due volte alla settimana insegno minibasket ai bambini.»

«Che bello!» disse Silvia, rigirando la cannuccia nel ghiaccio sciolto.

«Sì, davvero, mi dà molta soddisfazione.»

Una folata di vento impertinente le fece stringere tutte e due nelle giacche, rabbrividirono. Il tempo era trascorso veloce ma tentennando nell’incertezza, e adesso era giunto alla fine.

«Che dici, andiamo? Comincia a far freddo ed è anche tardi» propose Lucia.

«Sì, dai, domani la sveglia suona presto.»

S’incamminarono nella stessa direzione; pochi passi dopo, il lampione all’angolo della strada si spense seminando buio. Silvia spalancò gli occhi per accogliere meglio una nuova storia, mentre Lucia giurò di aver percepito, netta, una goccia di pioggia subito prima di appoggiare le labbra su quelle di Silvia.